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Tazenda – A nos bier

In attesa che i tempi siano propizi per presentare e lanciare il loro nuovo lavoro inedito completo, e per non deludere coloro che lo aspettano, I Tazenda hanno deciso di presentare un nuovo singolo, ed il relativo video clip, tratto appunto dal prossimo album. Diamo il benvenuto a “A nos bier”! “Una curiosità molto interessante è che questo brano scritto circa tre anni fa sembra, e non senza un alone di mistero, parlare in modo chiaro della situazione attuale.” (Luigi Marielli, autore del brano) Ecco la traduzione ed il significato in italiano del testo di “A nos bier”. “C’è un lunghissimo fiume di vita che entra nella mia anima Fino a farmi venire la febbre e farmi male alle ossa. Vi auguriamo di essere tutti liberi e anche voi augurateci di essere liberi. Vi vogliamo liberi e vogliamo essere liberi Tuoni e lampi, pioggia e foschìa, noi dobbiamo andare a casa. Ci rivedremo. Ci rivedremo e saremo migliori”. Il 6 maggio è una data importante per i Tazenda. Una ricorrenza sessantennale per qualcuno di loro. Per questo hanno deciso di festeggiarla con questa nuova canzone, ed un video clip curato da Massimilano Tanda e per ovvie ragioni realizzato stando tutti rigorosamente a casa, che comunicano positività, voglia di vivere, uscire, lavorare, ballare. Un buon auspicio per rivederci presto. Nel frattempo “a nos biere” sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali. Il ricavato dalle vendite sarà donato all’Istituto Casa Serena del Comune di Sassari, una struttura che si occupa di anziani parzialmente o non autosufficienti e che deve affrontare il contagio di oltre metà degli ospiti e la decimazione del personale addetto per via delle quarantene, ma che fortunatamente sta facendo fronte al problema di organico grazie Agli sforzi della Coop. A.S. che gestisce i servizi, all’A.T.S. Che sta fornendo infermieri e a numerosi volontari OSS. Il contributo che deriverà da questa operazione servirà ad acquistare dispositivi di protezione individuale per tutti questi operatori, per i quali ne l’istituto ne la Coop. riescono a far fronte economicamente e che sono fondamentali per poter operare. “Oggi, anche noi ci sentiamo impotenti e indifesi come tanti, ma vogliamo provare a reagire contribuendo con questa semplice modalità ad aiutare chi versa in condizioni più problematiche. Se è possibile stiamo sereni, stiamo fiduciosi.” Tazenda.

 

https://www.youtube.com/watch?v=3GF2J7LUYxA

7 maggio 2020 Senza categoria Read more

Canto a Tenore – Patrimonio dell’Umanità

Si ritiene che il canto a tenore sia nato come l’imitazione delle voci della natura: su bassu imiterebbe il muggito del bue, sa contra il belato della pecora e sa mesu boche il verso dell’agnello, mentre il solista sa boche impersona l’uomo stesso, colui che è riuscito a dominare la natura.

Ulteriori info: https://it.wikipedia.org/wiki/Canto_a_tenore

Col termine “tenore” (in alcuni paesi si usano i sinonimi “cuncordu, cussertu, cuntzertu, cunsonu, cuntrattu”) si intende sia il canto stesso sia il coro di quattro cantori che lo esegue.

L’area di diffusione attuale del canto a tenore è piuttosto vasta e comprende oltre sessanta paesi del centro nord dell’isola.

Il canto a tenore rappresenta oggi, per le giovani generazioni, un concentrato simbolico identitario, anzi si potrebbe dire che il tramonto o l’affievolirsi di altri simboli lo ha caricato ancor più di tali significati.

Ulteriori info: https://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=20336&v=2&c=2700&t=7

 http://www.sardegnadigitallibrary.it/argomenti/musica/

Il canto a tenore  è stato inserito dall’UNESCO tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità ed è perciò considerato “Patrimonio intangibile dell’Umanità”, data la sua unicità.

https://vimeo.com/60954366?fbclid=IwAR1SEn32Sow1vYhosrxyHNpMMUheyIm0-hJf8xv2rtYEQdU4JdPToPxeKFw

https://www.youtube.com/watch?v=obO7b1qkniY

https://vimeo.com/60954366?fbclid=IwAR1SEn32Sow1vYhosrxyHNpMMUheyIm0-hJf8xv2rtYEQdU4JdPToPxeKFw

https://www.youtube.com/watch?v=zdR07Pw52rU

https://www.youtube.com/watch?v=e3ExQN8ECSQ

https://www.youtube.com/watch?v=1Gz1NdgmyFU

https://www.youtube.com/watch?v=bZ_B2QH2PFw

https://www.youtube.com/watch?v=bMfPi5kGkkU

4 maggio 2020 Senza categoria Read more

La Musica al tempo del COVID-19

“Ed ecco che la morte scompare quando appare la vita”

 Forse è racchiuso in questa frase di Giorgio Gaber il significato della musica da quando la vita del mondo intero è cambiata per sempre dall’inizio di questa guerra “silenziosa” piombata nelle nostre vite trasformandone il tempo e le distanze.

La musica, pandemia potente, guerra dentro una guerra, pandemia contro pandemia. L’invenzione di una terrazza mai come in questo periodo è stata più utile, chi per evadere, chi per simpatia, chi per necessità, chi per comunicazione, chi per stare a contatto con il cielo, e ognuno mettendo al centro della propria espressione LA MUSICA. Ogni terrazza del mondo unita dallo stesso dolore espresso in musica, musica di ogni genere, di ogni tipo, musica che oscilla tra gioia e sofferenza, cantata e suonata da ogni età, dai bambini agli anziani, con appesi striscioni dipinti in arcobaleni con la scritta: ” IO RESTO A CASA – ANDRA’ TUTTO BENE”.

Il virus non ha fermato gli italiani, non ha fermato il mondo, la musica, quasi a esorcizzare questa pandemia, continua a fruire nelle case e fuori nei vicoli, altrimenti silenziosi e deserti.

La MUSICA tra centro di polemiche e centro di incredibile Rivoluzione è stata l’ aspetto più significativo di un periodo che quasi sicuramente nel futuro si studierà tra i libri di scuola, che si potrebbe definire forse la “Terza Guerra Mondiale”.

La MUSICA è entrata negli ospedali, è entrata negli occhi e nel cuore carico di stanchezza e di dolore di tutti gli operatori sanitari in una battaglia dove non ci sono gradi ma solo Uomini e Donne che combattono per lo stesso obiettivo: LA VITA!

La musica è entrata in ogni casa ed è uscita da ogni casa in comunicazione con l’altra, dalla gente comune agli artisti più conosciuti. Il fermento musicale sembra addirittura amplificato e la voglia di suonare e ascoltare musica è soddisfatta dai numerosi live che gli interpreti offrono gratis attraverso i loro canali social.

Stanno nascendo anche tanti nuovi brani che raccontano, più o meno direttamente, la vita ai tempi dell’emergenza coronavirus in città e nel mondo. Sono diversi gli artisti che nelle ultime settimane hanno lanciato in Rete canzoni che, quando non trattano direttamente il tema Covid-19, sono comunque un modo per raccogliere fondi a sostegno delle strutture sanitarie o per raccontare il disagio di restare chiusi in casa per un tempo prolungato.

La musica sembra aver assunto, per chi resta a casa e per chi è in ospedale, un ruolo psicologico terapeutico.

Nell’ambito della musica, sicuramente a soffrire di più per questa epidemia saranno i concerti, il Live Music con dietro tutta la filiera di migliaia di persone disoccupate . L’hashtag lanciato è stato quello del #iosuonodacasa, tramite il quale è stata indetta anche una raccolta fondi tramite l’Associazione Nazionale Cantanti Italiani, per aumentare i posti letto nei reparti di rianimazione e l’acquisto di attrezzature sanitarie.

Forse le perdite potrebbero essere  in parte compensate da nuovi abbonamenti ai servizi di streaming da parte di persone costrette loro malgrado a casa.

Come la vita dovrà riorganizzarsi in ogni sua forma e settore, la musica dovrà trovare una strada alternativa a Eventi in teatri, piazze, locali, music live su drive-in a concerti che hanno sempre portato alla successiva voglia di riascoltare un brano in macchina, durante un viaggio in treno o una corsa nel parco, seppur con difficoltà la musica dovrà adattarsi a un sistema di cambiamento e comunicazione globale. Il Coronavirus non ferma la musica: a Colonia, in Germania, una band locale, i “Brings”, hanno tenuto un concerto davanti a un pubblico di spettatori seduti comodamente in auto, come se fossero al drive- in. Questo per mantenere le distanze utili a frenare il contagio: ogni auto poteva ospitare al massimo due adulti e un bambino. L’obbligo di rimanere in auto è stato assicurato dalla security che ha vigilato sul rispetto delle norme.

La musica è abbraccio e per quanto la soluzione momentanea del Drive-in possa permettere di assaporare un briciolo di normalità, la speranza è che ritorneremo ad abbracciarci e ad emozionarci insieme sopra lo stesso palco e sotto lo stesso cielo senza divisori, che la musica suonata sopra i tetti sia la speranza di un miracolo vittorioso della volontà dell’uomo come rappresentazione della vita stessa.

https://www.youtube.com/watch?v=7LbM8ZIP7pU

https://www.youtube.com/watch?v=dv-bW_vCfnU

https://www.youtube.com/watch?v=y6UQtdnHdIE

https://www.youtube.com/watch?v=ese942oRc6c

https://www.youtube.com/results?search_query=medici+che+cantano+i+radiohead

https://www.youtube.com/watch?v=0ggg_iCrE6I

 

 

 

 

24 aprile 2020 Senza categoria Read more

Trattato sulla musica di Arthur Schopenhauer

“Mentre abbandonavo completamente il mio spirito all’impressione della musica nelle sue molteplici forme, e ritornavo poi ancora alla riflessione e al corso dei miei pensieri, ebbi una illuminazione sulla sua essenza intima e sulla natura del suo rapporto imitativo col mondo … “

Shopenhauer dedica uno spazio particolare alla musica, distinta dalle altre arti, perchè in essa non è più rintracciabile nessun riferimento al mondo concreto e il suo linguaggio è universale. Occupa un posto a se soprattutto perché costituisce la rappresentazione, non delle idee ma della stessa volontà universale, ne è diretta oggettivazione, allo stesso livello delle idee. Nei suoni Shopenhauer riconosce più gradi dell’ armonia, i gradi della volontà, la massa del pianeta e la natura inorganica. I suoni acuti, rapidi sono da considerare sorti dalle vibrazioni di un suono profondo. Il basso fondamentale è quello che si muove in modo più pesante e non è altro che il rappresentante della massa bruta: il suo salire si fa solo per grandi passaggi.

 Soltanto nella melodia la musica diventa discorso, linguaggio, non della ragione, ma del sentimento.

La musica ha il grande pregio di saper dire senza parlare, arriva al cuore degli uomini senza intermediari.

L’ effetto della musica è tanto più potente e insinuante di quello delle altre arti: “ queste ci danno appena il riflesso, mentre quella esprime l’essenza”.

Essa è un’arte cosi grande e straordinariamente magnifica, agisce cosi potentemente sull’ intimo dell’uomo, viene qui cosi completamente compresa come una lingua universale la cui chiarezza sorpassa quella dello stesso mondo intuitivo.

La Melodia… Essa narra la storia della volontà illuminata dalla riflessione, la cui impronta nella realtà è la serie dei suoi atti; ma essa dice di più della volontà, la storia più segreta, ne dipinge ogni emozione, ogni sforzo, ogni movimento, tutto ciò che la ragione sintetizza nel largo e negativo concetto di sentimento e non può più accogliere nelle sue astrazioni. La musica è il linguaggio del sentimento e della passione, cosi come le parole sono il linguaggio della ragione.

L’inesauribilità delle melodie possibili corrisponde alla inesauribilità della natura nella varietà degli individui delle fisionomie e delle vite. Il passaggio da una tonalità all’ altra affatto diversa, sopprimendo del tutto il legame con quanto procede, è come la morte, in quanto in essa l’individuo ha fine; ma la volontà che vi si manifestava vive dopo come prima, manifestandosi in altri individui, la cui coscienza tuttavia non ha nessun nesso con quello del primo.

Il godimento di tutto ciò che è bello, la consolazione che l’arte da, l’entusiasmo dell’artista, che gli fa dimenticare i travagli della vita, questo privilegio unico, che il genio ha rispetto agli altri e che solo lo indennizza del dolore cresciuto, in ugual misura con la chiarezza della coscienza e della desolata solitudine fra gente eterogenea,- tutto ciò riposa sul fatto che, l’esistenza è una continua sofferenza, in parte miseranda, in parte terribile, mentre essa soltanto come rappresentazione, puramente intuita o riprodotta dall’arte, offre, libera da tormento, uno spettacolo pieno di significato.

 

Il mondo come volontà e rappresentazione. Edizioni Bur, Biblioteca universale Rizzoli, volume 1 Trattato sulla musica. A cura di Sossio Giametta. Titolo originale: Die welts als wille und vorstellung. 1 edizione 2002.

https://www.youtube.com/watch?v=k1-TrAvp_xs

https://www.youtube.com/watch?v=vSPYFTeSmDU

https://www.youtube.com/watch?v=Gv94m_S3QDo

https://www.youtube.com/watch?v=qeHkIb7VRUM

21 aprile 2020 Senza categoria Read more

Clamore: l’album d’esordio dei Clàmor

Il panorama musicale sardo non smette mai di stupire e sfornare nuovi ed eccezionali talenti, dalle sonorità varie e multiformi, la cui bravura riesce ad oltrepassare le coste della nostra Isola raggiungendo e conquistando i palchi di tutta l’Italia con la propria espressività. È il caso dei Clàmor, band sassarese dai toni elettronici che strizzano l’occhio al pop discostandosi dalla più classica musica italiana, regalando quelle acustiche fresche e moderne che hanno garantito loro un successo nazionale, tanto da portarli nel 2013 ad essere i vincitori dell’Ichnusa Music Contest, a diverse collaborazioni con chi non ha bisogno di presentazioni, i Tazenda, e nel 2014 ad essere finalisti all’Area Giovani di Sanremo con il brano Tutti cantanti.

Il gruppo vede la luce nel lontano 2012 da un’idea del frontman e tastierista Marco Camedda (figlio di Gigi, tastierista e seconda voce dei celebri Tazenda), che propone a Ilenia Romano (figlia del batterista del popolare gruppo Bertas), cantante dalla voce scintillante e seducente, l’idea di un progetto nuovo, brioso e innovativo. Dopo diversi anni il duo comprende di aver bisogno di nuovi elementi per garantire una maggiore ampiezza sonora e una diversificazione melodica, e così comincia l’estenuante ricerca all’interno del panorama musicale sardo di artisti che possano abbracciare la concezione di lavoro di Marco, apportando idee e avvalorando il progetto. Si susseguono diverse formazioni artistiche, professionisti eclettici entrano ed escono lasciando parti della propria visione musicale, sino a giungere alla vincente squadra attuale che vede Marco Camedda (unico membro originario) ancora alla sua tradizionale doppia tastiera, Pier Piras al basso gentile, ma ritmato, la nebidese Laura Tuveri alla guida di una voce calda e incantevole, Gabriele Cau e la sua sconfinata tecnica alla chitarra e la forza dirompente di Marcello Canu alla batteria.

Un sodalizio forte e tenace, che ha portato alla pubblicazione del travolgente album d’esordio Clamore, un cd composto da otto tracce tra cui RingrazioPrestoSuCome foschia e anche Tutti cantanti (che diede loro il successo a Sanremo) dalle tematiche molteplici su società, mondo e sentimenti, ma unite da un senso comune. Si alternano gli intramontabili ritmi elettronici, impronta stilistica del gruppo, a idee rock e pop, con chitarre elettriche, sound spezzati e “progressive”, lasciando però posto anche a pezzi punk come Il diversivo (che ci riporta alle sonorità dei mitici Prozac+) e a ballate più intense e leggere come In volo liberoin cui il pianoforte permette alle capacità di Laura di esprimersi in tutta la sua grandezza.

Per comprendere meglio la storia di questa formidabile band e cosa si nasconde dietro il primo album ho posto qualche domanda allo storico leader Marco Camedda.

Ciao Marco, innanzitutto, come nasce questo incredibile legame tra di voi?
Per la verità ci conoscevamo già tra di noi, essendo tutti musicisti full time e professionisti, ma ognuno lavorava a progetti differenti, con i propri intenti e visioni, finché pian piano non ci siamo resi conto di essere sulla stessa lunghezza d’onda e di voler comunicare determinate cose attraverso la stessa musica.

Quali sono le principali ispirazioni musicali che accompagnano ogni vostro successo?
Sembrerà una frase fatta, però dentro i nostri progetti c’è veramente di tutto: pop, rock, black music, elettronica, classica, canzone d’autore. Pensiamo che la musica sia un mezzo potentissimo e porsi dei limiti a livello culturale sia estremamente limitante in questo periodo storico.

Ma quale filosofia muove i vostri testi?     
Con i nostri testi vogliamo metterci a nudo, cercare di essere trasparenti, raccontarci e raccontare la nostra percezione, le nostre idee e pensieri riguardo a quello ci circonda, troppo spesso invisibile.

Arriviamo al vostro album d’esordio: perché “Clamore”?
Beh, “Clamore” è stato il primo brano che abbiamo pubblicato, vista la quasi assonanza col nome della Band abbiamo pensato che fosse il nome perfetto per il nostro primo album. È arrivato quasi spontaneo.

Immagino il grande impegno necessario per dare origine a questo progetto, è stato davvero così difficile partorirlo?
Difficilissimo! Riuscire a far coesistere diverse personalità e convogliarle verso un unico obbiettivo è inevitabilmente faticoso ma è anche il modo migliore per capire chi ci sta e chi no, questo spiega perché è rimasto solo un elemento della formazione originale dei Clàmor, e così come la formazione, molte cose sono cambiate dal progetto iniziale, ma il risultato ci riempie di soddisfazione!

Cosa volete trasmettere e quali sono state le tematiche che avete scelto di racchiudere in questo disco d’esordio?
Non c’è una tematica precisa, ma è importante che ogni testo e canzone vada ascoltato e compreso di per sé, perché l’esperienza che ogni ascoltatore ha dell’album deve essere intima e personale. Vogliamo che siano gli ascoltatori a interpretare i messaggi, nel modo che li rispecchia più nel loro profondo.

E ora? Nuovi progetti per il futuro? Porterete “Clamore” in giro per la nostra Isola e in territorio nazionale?
Sì, stiamo attualmente chiudendo le prime date regionali e probabilmente ci vedrete anche come Opening Act per diversi concerti dei Tazenda, una band vicina al nostro cuore sin dagli esordi, che ci ha sempre supportati, con cui, sia in ambiti familiari che professionali, siamo cresciuti e vogliamo crescere.

 

Fonte: SHMAGAZINE

16 maggio 2019 Senza categoria Read more

Impegno politico, militanza musicale

intervista a Gianluca Dessì

Torniamo in terra di Sardegna per raccogliere e raccontare le molteplici sfaccettature di una cultura che, trincerandosi totemicamente dietro questioni identitarie, mostra inevitabilmente i volti, i segni, e fa ascoltare le voci meticce, derivazioni millenarie di culture altre, che hanno delimitato il perimetro etnico dell’isola e che segnano il confine tra terra e acqua, sul quale viaggiano storie e canti.
Una delle “navicelle di bronzo” (tanto per usare un termine ricorrente nella descrizione del simbolo delle imbarcazioni dei popoli viaggianti della Sardegna nuragica) che meglio conserva le storie del passato, fatto di incroci scambi e sedimentazioni e che è possibile ammirare e ascoltare fuori dai musei archeologici tradizionali della musica folk, si chiama Elva Lutza, simbolo – tra terra e acqua appunto – che mette in relazione le storie viaggianti e quelle innestate nel territorio.
Ne parliamo con “l’antropo-musico” Gianluca Dessì, studioso di corde che insieme al poeta-artigiano Nico Casu, voce e tromba, ha dato vita al progetto.

Gerry – Gianluca, cos’è e dove si trova l’Erba Lutza?
Gianluca – L’Elva (o Erva) Lutza è un’erba quasi mitologica, citata anche da insigni poeti e scrittori come Remundu Piras, poeta a bolu di Villanova Monteleone (che è anche il paese di origine del mio sodale Nico Casu) e Sergio Atzeni. Nessuno l’ha mai vista, ma si dice che porti fortuna e che possa esaudire i desideri più insperati

Raccontaci del tuo peregrinare e delle tue svariate incursioni nel campo della musica, non solo quella di tradizione, che in qualche modo ti hanno condotto sui sentieri della ricerca e della riproposizione di brani della cultura popolare.

Nasco e cresco chitarrista, prima classico e poi acustico; dopo il repertorio classico studiato in conservatorio ho cominciato a suonare cose che potevano tenermi compagnia e con cui potevo accompagnare la mia vociaccia stonata: i cantautori italiani, poi Cat Stevens e James Taylor, poi Donovan.
Dylan, che oggi per me è una specie di ossessione, l’ho scoperto più tardi. Poi vidi un concerto di Alan Stivell a Sassari, dovevo avere circa 13 o 14 anni: rock e strumenti della tradizione mescolati insieme, una roba per me inconsueta che fu come un segnale che la tradizione (il folk, come si diceva all’epoca) non era una cosa noiosa. Poi un amico mi suggerì di ascoltare John Renbourn, e sono diventato fan di tutti i chitarristi inglesi del periodo (Jansch, John Martyn, Richard Thompson). La musica sarda l’ho scoperta dopo, passando prima per il folk revival di gruppi come Suonofficina, Cordas et Cannas (di cui, ironia della sorte, sono diventato componente cinque anni fa), Calic etc., e poi scoprendo le launeddas e la polivocalità del Tenore e del Cuncordu.
Ricordo che da bambino vidi a Stintino un concerto di Maria Carta, accompagnata dal maestro Rizzuto (mi ricordo ancora il nome); non fui entusiasta della musica, ma mi piacque molto l’atmosfera, con il pubblico attento ad ascoltare. Il mio suonare “in sardo” nasce quando mi prestarono una cassetta dove c’erano delle esecuzioni di balli di Nanni Serra alla chitarra: una folgorazione. Nel 1991 entrai in un gruppo abbastanza celebre dell’epoca, i Zenia, con cui per due anni ho girato in lungo e largo la Sardegna; nei concerti avevo anche uno spazio mio dove suonavo delle cose piuttosto grossolane, come dei balli sardi un po’ approssimativi o gighe irlandesi etc.

Cosa ha rappresentato per te attraversare la tradizione popolare, che in terra sarda ancora in molte occasioni è una sorta di monolite ingombrante, per raccontare in forma di “ragionamento” parte del tuo pensiero e della tua musica?
Innanzitutto non mi ritengo un musicista tradizionale né Elva Lutza è una formazione di musica tradizionale o di folk-revival, siamo un duo di musica d’autore. La tradizione è tutt’al più un pretesto per comporre musica nuova: mi piacciono tutti quei musicisti che partono dalla tradizionale per affrontare un percorso personale: in Italia abbiamo ottimi esempi, da Riccardo Tesi a Alessandro d’Alessandro che è un organettista giovane e creativissimo, o fra i chitarristi Aronne Dall’Oro e Enrico Negro, gente che conosce bene la musica tradizionale ma che fa un discorso del tutto originale, o musicisti che reinventano la tradizione con classe e perizia in un senso pan-mediterraneo e moderno, come Stefano Saletti. Per me ascoltare la tradizione e la sua riproposizione era un discorso anche di militanza politica, come ascoltare anche i cantautori se vuoi… oggi tutto questo è meno valido: oggi, a mio modesto parere, l’unica forma spendibile di militanza in musica è certa musica improvvisata. Il lavoro di alcuni musicisti come Marco Colonna o Eugenio Colombo mi trasmette più “impegno” di quanto ne riscontri nella canzone d’autore o nella riproposizione del folk, dove ormai l’omologazione e la “maniera” sono la regola.

Pensatore con l’alibi del sentimento,” cito Gaber. “Ho soltanto la sensazione che in questi nostri tempi pensare voglia dire vivere in un piccolo cimitero.” Ecco, tu a un certo punto avevi appeso la chitarra al chiodo.
Suonavo con un musicista scozzese, Barnaby Brown, un ricercatore che aveva declinato delle launeddas con la scala misolidia delle cornamuse scozzesi; avevamo fatto un disco; splendide recensioni ma non si suonava mai; mi ero scoraggiato e all’epoca (anche oggi forse…), preferivo fare l’organizzatore di rassegne e festival piuttosto che il performer. Pensavo, come chitarrista, di avere esaurito il mio compito.

Poi, invece, l’incontro con Nico Casu, “il prof”.
Sì, ci siamo incontrati un piovoso primo maggio. Non ci vedevamo da dieci anni, lui mi conosceva come organizzatore; ambedue avevamo praticamente smesso di suonare e parlando ci siamo accorti che avevamo un po’ di materiale in comune, soprattutto roba dell’est europa (io in Bulgaria e Macedonia avevo fatto la tesi di laurea) e del sud-italia (lui aveva suonato con Daniele Sepe per dieci anni e con tutti i Napoletani importanti, dalla Nuova Compagnia a Peppino di Capri, passando per 99 Posse, Almamegretta etc). Lui voleva fare una specie di banda di musica popolare, io volevo una cosa acustica, abbiamo fatto entrambe le cose e il duo ha resistito! La vittoria del Parodi con un brano pensato per duo, ci ha salvato da una formazione estesa, bella ma difficilmente praticabile.

Insieme avete tolto i parati e la ruggine del passato fossile della tradizione e avete ri-abitato la casa della memoria con affreschi e arredi raffinati e contemporanei. Il vostro primo disco mette in luce il “rinnovamento” del pensiero, appunto. Raccontaci di quella fase e delle storie cantate presenti in quel lavoro.
Il primo disco fu frettoloso o meglio affrettato, dovevamo sfruttare l’esposizione mediatica dovuta alla vittoria del Parodi ma ancora oggi lo ritengo il nostro lavoro migliore; ci sono almeno due capolavori, “Deo Torro”, con cui vincemmo il Premio Parodi nel 2011, e “Sa Mama”, rilettura di Sett’Ispadas de Dolore, fra ritmi bulgari, tradizione e psichedelia. Uscì per S’Ard Music e fece abbastanza rumore; credo che questo mix di tradizione, improvvisazione jazzistica e canzone d’autore in lingua sarda fosse una cosa abbastanza nuova.
Nel disco c’era anche un pezzo pazzesco scritto per noi da Kaballà e due bellissimi cameo di Elena Ledda e Ester Formosa.

 

Chitarra, bouzouki, tromba e voce, voi due a sibilare canti e fonemi di provenienza errante. Come fa il vento che diventa voce e il suono che diventa pace. Avete trovato un’alchimia tra forma e sostanza, eleganza e racconto.
Il giusto equilibrio direi: Nico è musicista colto e raffinato, che scrive e legge bene la musica; io sono un rockettaro e sono bravo (forse) ad armonizzare e a inventarmi la ritmica. Non ho remore a dire che il compositore vero del duo è Nico. Lui tiene molto a questa cosa dell’eleganza, io ogni tanto vorrei sporcare suono e melodie con un approccio più “punk”, e devo dire che dal vivo siamo eleganti ma con qualche macchia di sugo sulla camicia. I nostri concerti sono molto “sudati”.

Nella nuova casa del canto di Gianluca e Nico era inevitabile che arrivasse la sapiente e discreta, quanto determinata, figura della cantora Ester Formosa. Raccontaci di lei.
Con Ester ci siamo conosciuti in quella edizione del Premio Parodi. Il progetto ha però tardato a prendere una forma: siamo partiti dai canti sefarditi, poi l’omaggio alla letteratura musicale ispano-americana e siamo giunti a questa sintesi che è il concerto attuale. Ester è una formidabile cantante e ha alle spalle anche un’ottima carriera di attrice, figlia d’arte, il padre Felìu è uno dei grandi intellettuali catalani viventi. Nel frattempo abbiamo anche lavorato con il trovatore provenzale Renat Sette, bizzarra figura di cantastorie, ricercatore, attore, restauratore, con il quale abbiamo fatto il disco “Amada”, che nonostante l’incisione un po’ frettolosa, è stato un piccolo successo, siamo alla terza stampa.

Con Ester, avete tirato fuori dai bauli tessuti e spartiti di un tempo e li avete stesi sulle corde al vento del nuovo progetto che porta il titolo di Cancionero.
Cancionero è la summa del nostro lavoro: dentro ci trovi brani originali in sardo e in catalano, classici come “Cielito Lindo” e “La Violetera”, che fanno anche parte dei nostri repertori bandistici, pezzi latino-americani, sefarditi e due omaggi alla canzone italiana: un classico minore di Bruno Lauzi e due pezzi di Stefano Rosso (un’altra mia grande passione) tradotti da Joan Casas, letterato e drammaturgo catalano.
Per un chitarrista lavorare con una voce come Ester è una goduria. Sono molto contento del lavoro, anche del repertorio, degli arrangiamenti, persino della veste grafica e di questa bella squadra che si è creata attorno a noi, il fonico Andrea Pica, il fotografo Gianfilippo Masserano, l’ufficio stampa Daniela Esposito, il produttore Lelle Salis di Tronos Digital, il distributore Beppe Greppi di Felmay e, buon ultimo, Bruno Piccinnu, percussionista dei Cordas et Cannas, che ha completato la formazione nella sua declinazione live.

Un viaggio intenso e intrigante. Dalle riletture di Lauzi a Llach a quelle di Stefano Rosso, dalle composizioni di Tesi e Muratori alla tradizione catalana riproposta da Ester Formosa. Una nave, o navicella, che trova un porto aperto, attracca e apre le menti e i cuori.
Lo spero, il timore era di avere un disco un po’ troppo eterogeneo, ma volevamo un lavoro che presentasse Ester Formosa al pubblico italiano in tutte le sue abilità interpretative e che fosse lo specchio del nostro progetto live.
In tutto questo tourbillon di cose, i brani cui sono più legato sono i due originali, “A su Tramontu” in sardo, vagamente echeggiante di repertori più tradizionali, e “Cucurutxu”, una specie di Moresca in catalano con un tratto stile Elva Lutza molto spiccato (tempi dispari, scale poco ortodosse, parti strumentali con armonizzazioni molto strette).

A proposito di viaggi, torniamo per un attimo a te, Gianluca: “in un viaggio può capitare di ritrovarsi a ricontare tutto quel che è stato di te”. Hai deciso di percorrere le occupate strade della poetica di Claudio Lolli.
Eh, i primi cinque dischi di Lolli li ho consumati. Credo che “Disoccupate le Strade dai Sogni” sia uno dei miei dischi da isola deserta, con la sua urgenza tipica del folk, ma declinata con una sapiente miscela di progressive e canzone d’autore; l’irruenza tipicamente urbana ma con qualche richiamo alla musica popolare e persino al cabaret in “Socialdemocrazia”. Lolli è uno dei grandi della canzone d’autore italiana; una seconda parte di carriera troppo intermittente e anche artisticamente discontinua non gli ha permesso di essere annoverato fra i maestri, ma lo era eccome.
Fra l’altro in quei dischi suonava gente pazzesca come i chitarristi Stefan Grossmann e Andrea Carpi, due guru del fingerpicking, Ettore de Carolis che avrebbe poi arrangiato “Metropolis” di Guccini, e tanti altri.

Dove andrà a raccogliere la prossima erba Lutza, Gianluca Dessì?
Ci sono tante cose in ballo, un nuovo lavoro in duo, con tutte le cose che negli anni sono rimaste inedite, ovviamente tanti concerti con Ester Formosa e Renat Sette, il disco nuovo dei Cordas et Cannas, una colonna sonora e, spero, qualche nuova collaborazione al di là del mare: io mi stufo facilmente delle cose e delle situazioni e ho sempre bisogno di nuovi stimoli e nuovi incontri.

 

Fonte: Arivista Anarchica

16 maggio 2019 Senza categoria Read more

Marino De Rosas – Intrinada (Tronos, 2018)

Da tempo il chitarrista sardo mancava su disco: chi non ricorda “Kiterras” (prodotto su musicassetta nel 1990), cui hanno fatto seguito i CD “Meridies” (1999, prodotto da Andrea Parodi) e “Femina ‘e mare” (2007)? È la volta di “Intrinada” (in lingua sarda significa “Crepuscolo”, “Imbrunire”), lavoro dalla lunga gestazione che il settantaduenne musicista, ricercatore a tutto campo sulle corde della chitarra, ha imperniato precipuamente sul suono della sei corde classica, su cui utilizza un’accordatura aperta in DO (nell’album imbraccia anche chitarra synth, Stratocaster, ukulele e percussioni). Il disco è co-prodotto da De Rosas e da Andrea Pica (percussioni, synth, e-bow e batteria). L’olbiese è un’artista dalla notevole tecnica, che nel corso della sua carriera ha inteso sempre superare i recinti stilistici. Si parte con “Genna Sìlana”, che evoca i paesaggi petrosi di un canyon sardo, motivo costruito su stratificazioni di chitarra classica, synth ed elettrica, launeddas (Roberto Tangianu), stick bass (Christian Marras) e percussioni (Andrea Ruggeri). “Passu a Solea” porta già inscritti nel titolo i rifermenti al ballo sardo in combutta con le forme del flamenco. Già in passato De Rosas aveva introdotto le tecniche e le espressioni andaluse nel suo approccio compositivo, giustamente persuaso della possibilità di fondere il mondo musicale isolano con di una Spagna di antica presenza in Sardegna. Ora, con “Intrinada” la relazione diventa ancora più pronunciata. Nella solare e danzante “Remada” entrano la fisarmonica di Giuseppe Mancini, il basso di Lorenzo Agus e le percussioni di Andrea Pica, mentre nel notevole trittico “Pedra Fitta”, “Alguer Morena”, Alguer Blanca” dettano legge le tecniche chitarristiche flamenco, con il sostegno ritmico del contrabbasso e il basso di Antonello Musso e le percussioni di Fabio Demontis. Tocchi di elettronica più incisivi in “Lizu ‘e Mare”, tema che evoca di nuovo immagini della natura della Sardegna, mentre la title track è un sereno, dolce commiato (purtroppo di breve durata: meno di due minuti), nella cui procedura cui aleggia ancora la tradizione chitarristica isolana. Marino De Rosas: che bel ritorno!

 

Fonte: Blogfoolk

16 maggio 2019 Senza categoria Read more

Targa Tenco 2016 lingue minoritarie

Cos’è la Targa Tenco

La Targa Tenco è un riconoscimento assegnato annualmente dal 1984 dal Club Tenco. È considerato il più prestigioso premio italiano in ambito musicale, assegnato da una nutrita giuria di oltre 200 giornalisti musicali italiani, scelti fra i più attenti alla canzone di qualità.

In ogni edizione viene assegnata una targa per le seguenti categorie

  • Album;
  • Interprete;
  • Opera Prima;
  • Dialetto (inizialmente attribuita alla migliore canzone dialettale, dal 1996 va al migliore album prevalentemente in dialetto).
  • Canzone (la Targa è stato sospesa dal 2006e ripristinata otto anni dopo).

Vincitori Targa Tenco 2016 per il miglior album di lingue minoritarie a ex aequo Claudia Crabuzza e James Senese

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Claudia Crabuzza – Com un Soldat

Si intitola “Com un soldat”, scritto e cantato in lingua algherese, un lavoro dalle tinte forti con sonorità dure, cadenzate, che prendono dal folk per arrivare ad un impatto decisamente rock. Il disco, pubblicato per l’etichetta Microscopi di Barcellona, racconta la storia di una donna-madre-combattente alle prese con le tante facce della vita, con emozioni differenti e contrapposte.

All’algherese Crabuzza va la prestigiosa Targa per l’album in dialetto con il disco in catalano di Alghero “Com un soldat” (salirà sul palco del “Tenco” il 21), ex equo a James Senese & Napoli Centrale con il napoletano “’O sanghe” (all’Ariston il 20). In finale c’erano anche Almamegretta, “Enneenne”; Stefano Saletti & Banda Ikona, “Soundcity. Suoni dalle città di frontiera”; Daniele Sepe, “Capitan Capitone e i Fratelli della Costa”.

Per l’artista algherese è stata un’estate di tante soddisfazioni, con il suo primo album come solista. Il Premio Tenco è stato preceduto qualche settimana fa dalla vittoria alle Botteghe d’Autore per la migliore interpretazione con il brano “L’Altra Frida” (dedicato a Frida Kahlo), Oltre ad essere stata selezionata tra i dieci finalisti del prestigioso Premio Parodi, l’unico in Italia dedicato alla world music.

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James Senese  – O Sanghe

L’altro protagonista insieme a Claudia Crabuzza a vincere il premio Tenco per il miglior album in dialetto è James Senese con “O Sanghe”.

James Senese è tra i padri fondatori del movimento musicale denominato Neapolitan Power, che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, nacque e si sviluppò all’ombra del Vesuvio.                      Una storia musicale lunga più di 40 anni, iniziata a Miano (provincia di Napoli) con Vito Russo e Mario Musella negli Showmen e continuata con la straordinaria esperienza dei Napoli Centrale e la lunga collaborazione artistica con Pino Daniele.

“O’ SANGHE”, album uscito il 29 aprile 2016 scorso per l’etichetta “Ala Bianca/Warner”, è un nuovo orizzonte su cui si volge lo sguardo del sassofonista partenopeo, mai fermo due volte nello stesso posto. All’interno del disco tutti i riferimenti artistici che hanno fatto grande la sua musica, con una rinnovata carica espressiva. Funk, blues, venature jazz, e tanto mediterraneo, tanta Napoli nelle melodie, nelle storie raccontate; vita, lavoro, lotte quotidiane per la sopravvivenza, amore, fede. In “O sanghe” c’è groove da vendere, come solo James sa. A settant’anni compiuti, Senese si conferma come un artista senza tempo, con una riconoscibilità immediata ed un cuore intatto, che parla agli ultimi.

 

Altre produzioni di Claudia Crabuzza

Altre produzioni di James Senese

 

 

Fonti: Wikipedia, il mattino, premio Tenco, la nuova Sardegna, Alghero Eco.

16 marzo 2017 Senza categoria Read more

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